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L’ORIGINE DEI MEDICAMENTI - Parte 2

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Ernesto Riva

 

IL MONDO GRECO-LATINO E L"OPERA DI DIOSCORIDE E PLINIO

Gran parte della cultura occidentale e quindi anche la sua materia medicinale hanno sicuramente origini greco-latine; l"ossatura fondamentale del "corpus medicamentorum" occidentaleè costituita da testimonianze scritte di monumentale importanza come le opere di Dioscoride e Plinio. Tuttavia prima che queste esistessero l"arte della cura delle malattie si perde nelle trame della mitologia.

Le fonti vengono da Omero, Pindaro e Aristofane, dai quali apprendiamo che l"arte medica era praticata da medici-Dei occupati a curare malattie e ferite dei loro eroi da proteggere. Primo fra tutti il centauro Chirone, colui che dette origine all"impiego delle erbe nella cura delle malattie; egli iniziò a quest"arte Esculapio, figlio di Apollo, a nome del quale poi vennero eretti i famosi templi che funzionavano da sorta di ospizi-ospedali dove i malati accorrevano per farsi curare dai sacerdoti. Il tutto si svolgeva sotto la protezione di divinità sananti quali Apollo, Diana che insegnò agli uomini l"uso medicamentoso dell"erba di nome artemisia, Minerva che fece conoscere la matricaria, Venere che procurava i medicamenti afrodisiaci e Peone che sanava i gli artritici con la Peonia. Per non parlare di Circe e Medea le quali manipolavano e somministravano i loro sinistri narcotici a base di stramonio, giusquiamo e oppio.

Certamente fu Ippocrate a dare un impulso razionale alla medicina greca applicando anche una terapia appropriata basata sull"impiego di talune erbe. Cominciò così un uso razionale dei medicamenti da parte dei cosiddetti rhizotomoi i quali, avendo una discreta conoscenza della patologia e soprattutto della botanica, collezionavano radici di piante medicinali. Quello dei rhizotomoi fu un mondo botanico-farmaceutico magistralmente e scientificamente testimoniato da Teofrasto di Ereso, allievo - ricordiamolo -del grande Aristotele, dal quale sicuramente apprese la conoscenza del mondo della natura.

Rhizotomoi fu anche Crateva, medico del celebre Re Mitridate, al nome del quale è legato il più antico ed il più celebre dei medicamenti polifarmachi: la teriaca.

Così in questo mondo arcaico ancora molto legato alla mitologia scopriamo piante medicinali che fecero la storia della materia medicinale occidentale, e non solo, alcune di esse furono fonte di farmaci di notevole importanza per la farmacologia moderna.

L"elleboro, ad esempio, è legata soprattutto a vicende magiche e miracolose guarigioni, ma ha una storia farmacologica che perdura fino ai giorni nostri.

Racconta Erodoto di una celebre guarigione miracolosa compiuta da Me­lampo, indovino di Argo, il quale guarì dalla pazzia le figlie di Preto, re di Tirinto, che credendo di essere delle giovenche va­gavano nude per la foresta.Melampo somministrò loro del latte di capre che si erano cibate della pianta procurando così la guarigione delle principesse e ciò gli valse un lauto compenso; egli divenne re di Argo sposando una delle figlie di Preto ed ebbe fama ufficiale di guaritore e il privilegio di aver per primo introdotto nella terapia delle malattie mentali questa pianta.Sotto il nome di « melampodio » infatti, l"elleboro rimase per molto tempo uno dei medicamenti popolari più diffusi nella cura della pazzia e lo stesso Plauto confermò queste convin­zioni così rivolgendosi a un malato di mente: « ... tu sei fattocosì che un campo intero di Ellebori non ti basterebbe », e ancora Orazio in una delle sue satire; « ... danda est ellebori multo parsmaxima avaris nescio an Anticyriam razio illis destinent om­nem», secondo Orazio infatti non sarebbero neppure bastati tutti gli ellebori dell"Anticyria (regione dove la pianta cresceva in abbondanza) per guarire un avaro.

Da queste convinzioni presero spunto le antiche pratiche popolari che attribuivano virtù magiche alla pianta come quella di forare gli orecchi del bestiame facendo passare attraverso il foro una radice di elleboro per difenderli dai morsi dei serpenti (Plinio: Naturalis Historia), o di introdurre la radice stessa fra la pelle e la carne degli uomini per difenderli da ogni pestilenza e ancora la credenza, intorno al VI sec., che l"elleboro guarisse magicamente la pazzia, in virtù delle sue proprietà starnutato­rie.Si riteneva infatti che con lo starnuto sortisse un demone che aveva sede nel corpo.

Nei primi del 1800 l"elleboro venne inserito nelle farmaco­pee come medicamento purgativo, drastico, starnutatorio e ve­lenoso e verso la fine del secolo scorso furono ricavati dalle radici di elleboro dei glucosidi che per idrolisi acida davano una saponina ad azione digitalica che fu chiamata elleborina.

Si tratta di una saponinaappartenente al gruppo steroidico dotata di intensa attività cardiocinetica che sarebbe in grado di esercitare un"azione tonica sulla muscolatura del cuoree un"azione inibitrice sulla conduzione atrio-ventricolare. Tuttavia, gli spiacevoli e violenti effetti collaterali provocati da questa pianta hanno determinato un lento e progressivo abbandono del suo impiego e la scomparsa di questo principio attivo dalle terapie. Ciò comunque è valso ad approfondire la conoscenza chimica sulla vasta gamma di principi attivi di origine vegetale ad azione cardiocinetica.

Altra pianta di notevole interesse per la farmacologia moderna fu il colchico; era noto il nome volgare di "zafferano matto" per la sua naturale somiglianza con il suo parente stretto Crocus sativus, lo zafferano appunto, ma fu così chiamato perché cresceva rigogliosa nella regione della Colchide, a oriente del Ponto.

I greci ne conoscevano bene gli effetti velenosi e mettevano in guardia coloro che avessero intenzione di usarlo come medicamento, in quanto - si diceva - essa era capace anche di "ammazzare strangolando". Tuttavia non mancò chi, come il medico bizantino Alessandro di Tralles, cominciasse a raccomandare l"uso terapeutico del coclchico contro i dolori articolari con discreti successi. "Il sollievo è tale - diceva il Tralles - che i pazienti vogliono subito camminare. E" certamente vero che questo medicamento non dimentica mai la sua promessa, ma vi è in esso qualcosa di nocivo (...), per evitare ciò la si deve mescolare con altre sostanze per combattere ciò che vi è di nocivo in questa droga". Ciò bastava per a indurre tutti i medici bizantini di quel periodo a raccomandare l"uso terapeutico dei bulbi di colchico contra articulorum... e a rendere il rimedio più convincente con il nome taumaturgico di "ermodattilo" (dito di Hermes) quale espressione tangibile del messaggio divino che la pianta avrebbe dovuto interpretare e trasmettere.

Di fatto la droga, nonostante la sua velenosità, venne inserita, sotto forma di sciroppo di miele e aceto di vino,nella Farmacopoea Londinensis del 1788 quale medicamento contro gli accessi gottosi. Così il colchico divenne celebre in medicina per le terapie antigottose, celebrità che fu rafforzata nel 1820 dalla scoperta del suo alcaloide principale: la colchicina. Si tratta di un alcaloide a struttura fenantrenica che sembra agire nell"organismo con una non ben definita azione antalgica accompagnata da un rallentamento dei processi metabolici che portano alla genesi dell"acido urico.

La cicuta, nota in Grecia con il nome di Koneion, era utilizzata per dare la morte ai condannati e Platone narrò che la stessa era conosciuta anche come « Cicuta di Socrate » perché pare fosse stata scelta dal filosofo per darsi la morte.

Il fatto ci venne ricordato anche da Apuleio nel lib. X dell"A­sino d"oro: « ... quel vecchio di divina saggezza, che il dio Delfoantepose per sapienza a tutti i mortali, divenuto vittima dellafrode e dell"insidia di uno scelleratissimo partito... venne uccisocol sonno mortale di un"erba funesta... »"

Questo fatto storico diede origine, nella storia della materia medica, ad una serie di ipotesi contrastanti, riguardo la veleno­sità della cicuta che durarono almeno qualche secolo fino a quando, nel 1827 August Ludwig Gieschk, farmacista di Eislemben, trattando la tintura alcoolica di frutti di cicuta con acido solforico, otteneva un alcaloide che egli trovò essere molto velenoso e che definì con il nome di coniina. Si veniva così a scoprire il principio attivo responsabile di uno dei più celebri veleni della storia.

La coniina, che è una base alcaloidica volatile a spiccata azione nico­tinosimile sul parasimpatico (che viene inizialmente eccitato e poi depresso),ha anche un"azione curarica intensa che si manifesta con progressiva paralisi di tipo ascen­dente che inizia dagli arti inferiori fino a raggiungere i muscoli respiratori .

L"azione farmacologica della coniina è simile a quella della nicotina, ma con una componente parasimpaticolitica più spic­cata che si manifesta con un iniziale eccitamento e poi una forte depressione del sistema neuro-vegetativo, dovuta ad un"azione sulle sinapsi gangliari simpatiche rafforzata da una scarica adrenalinica.A questo c"è da aggiungere anche l"effetto paralizzante delle giunzioni neuro-muscolari dovuto all"inter­vento dell"azione curarosimile.

E" certamente un veleno, ma la sua scoperta aprì la strada allo studio dei farmaci cosiddetti ganglioplegici, primo fra tutti la nicotina.

Sicuramente il mondo dei rhizotomoi greci ha lasciato un segno nella cultura medico-pratica ellenica e ha certamente aperto la strada alla stesura del monumentale "Materia Medica" di Pedanio Dioscoride, un"opera che è da considerarsi la colonna portante della farmacognosia occidentale.

Dioscoride, come si sa, esercitò l"arte medica in Roma nel primo secolo dopo Cristo, ciò a dimostrare che in Roma si esercitava una medicina di derivazione prevalentemente greca.

A Roma, dove la salute era affidata ad un gran numero di divinità racimolate da tutte le civiltà dove l"impero esercitava la sua influenza, esisteva tuttavia anche una sorta di "medicina domestica" dove il paterfamilias era a conoscenza dei rimedi tramandati da generazione in generazione. Un"arte medico-pratica schiettamente latina, che trovò la sua massima espressione nell"opera del vecchio Catone Censore, la quale traeva i proprio insegnamenti esclusivamente dalla natura servendosi di empirici e di "uomini curanti".

Con l"infiltrazione della cultura greca e con l"affinamento dei costumi, questa rigidezza strettamente legata alla romanità più tradizionale venne ad affievolirsi e i medici greci e alessandrini, dapprima schiavi o liberti e poi liberi, cominciarono ad esercitare ufficialmente la medicina fondando delle vere e proprie scuole tutte di impostazione greca.

Così anche a Roma fiorirono i cosiddetti rizotomi, specialisti nella ricerca delle radici medicamentose, che, aiutati dai loro erbolai, cercatori d"erbe, allestivano vere e proprie farmacie (Tabernae medicinae) dove si offriva ciò che di meglio si poteva reperire nel mercato delle droghe di tutto il mondo. Nasceva anche la figura del Pharmacotriba, il quale non esercitava affatto la medicina, ma si limitava a vendere le sostanze medicamentose semplici e a realizzare le ricette dei medicamenti composti prescritti dai medici.

Era un mondo variopinto di rimedi terapeutici di ogni sorta, ricavati sia dal mondo vegetale che da quello animale e minerale, del quale la testimonianza più significativa è l"imponente ed enciclopedica opera di Plinio il Vecchio.

La sua monumentale NaturalisHistoria, per quanto criticata, perché considerata di carattere prettamente compilatorio e priva di spirito critico, è il risultato della consultazione di 146 scrittori romani e 327 stranieri e abbraccia le conoscenze di più di 2000 opere in gran parte ora perdute. Una fonte importante, anche se non sempre sicura, delle conoscenze geografiche, zoologiche, botaniche, farmacologiche e anche cosmetiche degli antichi.

"Non saprei dire facilmente - dice Plinio(XIII-23) - quando sia penetrato per la prima volta in Roma l"uso delle droghe esotiche. Certo è che, debellati il re Antioco e l"Asia, nell"anno 565 di Roma, i censori promulgarono un editto che vietava a chiunque di vendere profumi «esotici». Eppure qualcuno oramai, per Ercole, li mischia persino alle bevande...".

Si accinge poi a descrivere quello che era "il vero e proprio colmo della mollezza", il cosiddetto "profumo regale", così chiamato perché fu a suo tempo preparato per il re di Parti. Questo profumo godeva del più alto pregio presso i Romani ed era preparato con quanto di più esotico si reperiva allora sul mercato delle droghe, ovvero: frutti di mirabolani, costo, ammomo, cinnamo comaro, cardamomo, spighe di nardo, maro, mirra, cannella, storace, ladano, opobalsamo, calamo aromatico, giunco di Siria, enante, malobatro, sericato, henna, aspalato, panacea, zafferano, cippero, maggiorana, lauro, miele e vino.

C"è veramente quanto di più prezioso e raro offriva allora il mondo delle spezie e "quanto di più lussuoso - soggiunge Plinio - che tra tutti è il più vano. Le perle e le gemme per lo meno passano agli eredi, le vesti durano nel tempo: le spezie i profumi si dissolvono istantaneamente e muoiono appena nati...".

L"importazione di questi profumi gravava infatti sull"amministrazione romana con una imponente voce di spesa del bilancio: 50 milioni di sesterzi erano spesi in un anno per il solo commercio con l"India, 100 milioni per quello con i Cinesi e gli Arabi; "tanto ci costano - esclama Plinio - il lusso e le donne!" (VI-101, XII-84).

D"altra parte a Roma era oramai divenuta quasi una necessità ungersi ad esempio con "olio di mirabolani"(XIII-52) per lenire le irritazioni, consumare i preziosi frutti delle palme d"Egitto per preservarsi dalle malattie, profumarsi tutto il corpo col prezioso cinnamomo mescolato all"olio di xilobalsamo e alla mirra per conservarsi sani e belli .

Sappiamo come si usassero profumare persino le piante dei piedi, abitudine introdotta - sembra - dallo stesso imperatore Nerone, o come venissero cosparse di profumi le pareti delle stanze da bagno, e non solo quelle imperiali di Gaio Caligola (XIII-4), ma anche quelle dei suoi schiavi, o come nei giorni di festa e di celebrazioni particolari venissero cosparse di profumi persino le acquile e le insegne militari.

Dalla Siria e da Cipro proveniva la resina di terebintho, quellaprofumata e leggera estratta dai pini marittimi, che veniva stemperata nell"olio di oliva e di mandorle e poi spalmata sul corpo come emolliente, mentre dalle isole Cicladi giungeva il "mastice", la resina del pistacchio, che serviva a "distendere la cute del viso" o a ricavare paste dentifrice deodoranti e detergenti (XXIV-28).

Esotico era anche il favoloso "unguento heliocallis" (XXIV-100), fatto con le foglie di "helianthes di Temischira", probabilmente una varietà di Cistus proveniente dal Mar Nero, bollite nel grasso di leone e "condite" con zafferano e vino di palma. "Venne usato anche dai Magi e dai Persiani - dice Plinio - come linimento per rendere più bella la cute", mentre la mirra mescolata al miele, ai pinoli triturati, allo zafferano e ai fiori di mimosa, veniva data da bere, assieme al vino di palma, alle donne gravide perché facessero nascere i figli belli; veniva ancora somministrata alle puerpere durante il corso dell"allattamento perché i figli crescessero ancora più belli.

Plinio non lesina certo sui cosmetici dalle facoltà straordinarie e miracolose, anche se si limita a presentarli senza tentarne una spiegazione e facendo tutt"al più trasparire un certo scetticismo; egli tuttavia, evidentemente affascinato dalla materia,non rinuncia ad elencare una serie infinita di miracula che erano entrati oramai nel costume.

E così scopriamo che la raschiatura di avorio mescolata con il miele dell"Attica elimina le macchie scure del viso (XXVIII- 24), che la parte destra della proboscide dell"elefante, attaccata al collo come amuleto, è un afrodisiaco; che il grasso di leone impastato con olio di rose mantiene la carnagione candida (XXVIII-25), mentre il suo fiele, spalmato sugli occhi, rischiara la vista. Il fiele di iena invece, spalmato con miele e zafferano sulle palpebre, le ammorbidisce, mentre i suoi genitali sono dei sicuri afrodisiaci se vengono mangiati da persone dello stesso sesso dei genitali adoperati (XVIII-27). E ancora, La polvere secca del palato della iena mescolata con "allume d"Egitto" (solfato e silicato di alluminio), rimestata per tre volte nella bocca, per confondere l"alito cattivo; gli intestini di coccodrillo spalmati sul viso per rendere la pelle lucente e far sparire le lentiggini, i brufoli e le chiazze, o il grasso dello stesso coccodrillo spalmato sul corpo per far cadere i peli, come pure il fiele del camaleonte.

Il grasso di orso mescolato alla resina di ladano (Cistus creticus) e al capelvenere serviva per arrestare la caduta dei capelli; lo stesso grasso, impastato con il nerofumo delle lucerne, per infoltire le sopracciglia (XXVIII-46), mentre la cenere del pene di asino sparsa sui capelli serviva a infoltirli e a preservarli dalla canizie.

"Certi rimedi ripugnanti a descrivere - afferma Plinio - sono raccomandati con tanta insistenza e garantiti da fonti così serie che non è possibile lasciar da parte; d"altronde alla base delle medicine sta la ben nota simpatia e antipatia delle cose" (XXXIX-17); è un tema più volte ripreso da Plinio e che si basa su principi speculativi assai antichi e consolidati che inducevano gli studiosi a cogliere nella natura i suoi significati simbolici. "Natura sola Magistra" era il principio che muoveva ogni approccio con essa, bisognava essere in grado di interpretarne i simboli e di coglierne i messaggi. Era una visione vitalistica e panteistica della natura che veniva proposta sotto una chiave pseudo-scientifica, frammista a fantasie orientali, che tentava di presentare la realtà, sotto forma di testimonianze legate alle leggende, alle credenze popolari e alla superstizione religiosa, come se fossero state una sorta di rivelazione della "verità" in chiave simbolica.

La scelta delle droghe era dunque fatta in base a concetti "signaturistici" per cui la forma, il colore, la struttura e il comportamento di un animale o di una pianta dovessero in qualche modo suggerire una indicazione terapeutica particolare e specifica. Si può perciò tentare di capire il perché dell"uso indiscriminato di scorpioni, vipere, scarabei, granchi e salamandre o parti di animali come le zampe di cane, le mandibole di luccio, la testa di lepre o i visceri di topo a cui si attribuivano favolose virtù terapeutiche.

I rimedi di Plinio trattano dunque quelle "droghe" che poi faranno parte della futura materia medica occidentale, droghe che compariranno su tutte le ricette sia medicamentose che cosmetiche almeno fino al secolo XVIII, fin tanto che perdurò nella mentalità medico-pratica occidentale il concetto magico-simbolico della malattia e dei suoi rimedi medicamentosi o cosmetici che fossero.

LA CIVILTÀ ISLAMICA

La decadenza del mondo romano e le invasioni barbariche certo determinarono un lungo periodo di smarrimento anche per la scienza farmaceutica, ma tutto non andò perduto grazie all"opera conservatrice e, per certi aspetti innovatrice, del mondo islamico.

Tra il VII e l"VIII secolo l"influsso della civiltà islamica si fece sentire in maniera determinante. Il popolo arabo nel giro di mezzo secolo conquistava parte delle zone mediterranee, compresa la Sicilia, e dopo un primo periodo animato solo probabilmente dalla sete di conquista e caratterizzato da stragi, guerre, distruzioni e fanatismo, cominciò a mostrare i segni della sua propensione alle "arti della pace". Coltivando le lettere, le scienze e le arti gli Arabi determinarono un notevole risveglio culturale dell"occidente, un risveglio che contribuì enormemente, se pur senza particolari innovazioni, a salvare dalla rovina e dal naufragio gli ultimi retaggi del mondo classico.

Non si trattò di una pura e semplice trasmissione passiva di notizie, come si tenderebbe superficialmente a far apparire, bensì di un proficuo e continuo lavoro di sintesi della cultura greca, ebraica e cristiana con la produzione di opere originali, cariche di contenuto (si pensi all"averroismo), che svolsero un ruolo determinante nella nascita delle future Università dell"Europa.

La città di Alessandria d"Egitto, anche sotto l"occupazione araba, conservò e accrebbe il suo ruolo preminente dell"attività scientifica nel Mediterraneo; un luogo dove convergevano varie culture e varie tradizioni, tollerate o addirittura difese dai califfati arabi, un luogo dove si tentava con tutte le risorse disponibili di salvaguardare quel imponente patrimonio librario costituito dalla celebre biblioteca andata purtroppo semidistrutta a causa delle lotte interne.

Ad Alessandria cominciava a prendere forma quella "scienza alchemica" che tanto influì sulla cultura scientifica occidentale e questo, assieme alla conoscenza specifica di molte droghe esotiche importate dagli Arabi, influì sensibilmente anche sullo sviluppo dell"arte farmaceutica che vide arricchirsi di non poco il proprio patrimonio di ingredienti e delle procedure per lavorarli.

Droghe come la noce moscata, i chiodi di garofano, il sangue di drago, l"areca catecù, la zedoaria, la galanga, il benzoino, la canfora, il sandalo e il bergamotto entrarono a far parte delle ricette medicamentose usuali, ma quel che è più significativo è che incominciarono ad apparire i preziosi olii essenziali ricavati per distillazione, ovvero i "frutti" della scuola alchemica alessandrina.

L"antica alchimia praticata nelle officine egizie, se pur con tutto il suo apparato misterioso intriso di occulte filosofie magico-astrologiche, si era trasformata, con il deciso aiuto degli Arabi, in una sorta di chimica pratica che si realizzò con la costruzione di veri e propri alambicchi in grado di ricavare dalle droghe la cosiddetta "quintessenza", ovvero la parte eterea ed essenziale delle piante medicinali.

E" ben vero che l"alchimia muove da un"iniziazione, ma lo stesso Geber, considerato il padre di questa scienza e benché la sua alchimia derivi da fonte ellenistica, evitò l"allegorismo ermetico lasciandoci un contributo enorme sia in termini teorici che pratici. I suoi scritti denotano un interesse sperimentale per l"alchimia che si manifesta con le descrizioni di preparazioni chimiche e dei procedimenti di laboratorio, persino con il progetto di costruzione di apparecchi tra cui il forno.

"Non bisogna esprimere - dice lo stesso Geber - il nostro magistero in termini del tutto oscuri, ma nemmeno con una evidenza che lo renda comprensibile a tutti. Da parte mia io insegnerò in modo che nulla sia nascosto ai Saggi".

Possiamo comunque dire che ai tempi di Geber la distillazione di molti vegetali aromatici era abbastanza comune visto che in alcune province della Persia, dove evidentemente c"erano estese coltivazioni di rose, si usava pagare i tributi ai Califfi con bottiglie di acqua di rose. D"altra parte, più a Oriente, già da tempo si distillavano i chiodi di garofano e il legno di sandalo11.

Più tardi con Abù Bakr Ibn Zacarià, il celebre Razes vissuto tra il IX e il X secolo, l"alchimia geberiana fu spogliata degli ultimi retaggi cosmologici e divenne una sorta di chimica sperimentale. Il Liber Medicinalis Almansoris di Razes tratta infatti vari argomenti di medicina con un vasto repertorio di droghe uscite anche dalle officine dell"alchimista.

Una fonte inesauribile di notizie è costituita invece dall"imponente opera di Abù "Alì Husayn Ibn-Sinà, il celebre Avicenna vissuto a cavallo del secolo XI.

Consultando i monumentali Canoni di Avicenna emergono ampiamente tutte le notizie relative a quelle droghe orientali considerate nuove, o per lo meno ignorate dalla medicinatradizionale dell"opocagreco-romana. Sono droghe aromatiche, cosiddette esotiche, che col tempo entrarono a far parte dell"uso comune e andarono ad arricchire ricettari medicamentosi.

Le oltre 700 droghe medicinali descritte da Avicenna nel libro II dei suoi Canoni sono tratte in buona parte dal De Materia medica di Dioscoride , cosa del resto assai nota a tutti gli studiosi, mentre quelle considerate nuove, tipicamente arabe e orientali, sono sicuramente il risultato dei fiorenti e proficui commerci garantiti dai frequenti rapporti tra i mercanti di spezie con il mondo orientale.

Le cosiddette "noci degli Arabi", per esempio, ampiamente descritte nei Canoni, ci hanno fatto conoscere quella nux muschata, facile frangibilis, bonus habens odorem et acutum odorem oris bonum facit, la noce moscata appunto, completamente ignorata da Teofrasto, Galeno e Dioscoride, che tanta parte ebbe nell"uso comune anche fino ai giorni nostri. Così pure quella che gli Arabi chiamavano nux indica, quae ex ea bona est acqua quae est in ipsa..., che diventò popolarissima in tutte le spezierie d"Europa con il nome di "noce di cocco" (Cocos nucifera L.), sappiamo come i derivati del cocco abbiano poi avuto un ruolo fondamentale nella preparazione di cosmetici e detergenti.

Droghe celebri come la canfora e l"aloe, se pur già conosciute dagli antichi, sono magistralmente descritte nei Canoni in ogni particolare utile alla loro identificazione. Visto che erano droghe che giungevano in occidente dopo vari passaggi commerciali e quindi suscettibili di sofisticazioni, era importante che ne venissero descritte la natura, le caratteristiche di lavorazione e di raccolta proprio da chi aveva la possibilità di analizzarle nei loro luoghi d"origine.

La canfora, ad esempio, della quale Avicenna annota le varie specie differenti a seconda del tipo di lavorazione, "è quel succo - dice - che si trova nella cavità del lignum album infrangibile di un gran albero sotto il quale riposano all"ombra i leopardi"(Cinnamomum sp.).

Furono sempre gli arabi poi che fecero un largo uso di questa spezie, considerata "freddissima" per l"effetto immediato dei suoi olii essenziali volatili, come "medicamento rarissimo" da tenere in serbo assieme ai profumi più preziosi quali il muschio, l"ambra e il sandalo.

Avicenna cita poi le soavi virtù dello zenzero, dei chiodi di garofano, dell"arancio amaro e della cannella, più di quanto non lo avessero fatto Galeno, Dioscoride o Plinio, che malamente o per niente conoscevano queste spezie.

Non mancano infine quella polvere definita dagli Arabi "alcanna", già citata anche da Plinio per l"uso cosmetico e tintorio che se ne faceva, polvere che veniva ricavata dalle foglie di Lawsonia inermis L., o il cosiddetto "sangue di drago" che, senza tanti voli di fantasia, viene da Avicenna semplicemente definito come "quel succus rubens che sgorgava da certe palme" (Dracaena sp.).

C"è anche quel legno non ben identificato, chiamato da Avicenna az-zahab, proveniente da "un albero portato dalla Mecca", con cui Gli Egiziani e i Persiani erano soliti sfregarsi i denti; e c"è anche quella polvere proveniente da un"erba chiamata al-qily, probabilmente una varietà di Salsola Kali, vivente in ambiente salmastro, dalla quale si otteneva una cenere "detergente" usata dagli Arabi nei bagni. E ancora il poi celebre "legno verzino", ottenuto da una leguminosa delle indie (Caesalpinia Sappan), usato per ricavare un colore rosso acceso, oppure il colore nero (al-midad), ottenuto col nerofumo del legno di pino mescolato con gomma arabica, e poi quella sorta di sostanza colorata e anche profumata, che si otteneva bruciando le cosiddette "blattee di Bisanzio", ovvero delle conchiglie tolte ad un mollusco del Mar Rosso (Strombo lentiginoso).

Per non parlare poi dell"Ambra grigia, ottenuta da concrezioni intestinali di cetacei, una massa di consistenza ceroide e profumo benzoinato ottima per pomate; del soave profumo di muschio, prodotto dalle secrezioni ombelicali di un capriolo asiatico (Moschus moschiferus), noché delle numerose sostanze chimiche e minerali che andranno poi a far parte integrante delle preparazioni cosmetiche. Tra queste l""allume umido", una specie di sale di colore bianco come la biacca dagli straordinari poteri astringenti (solfato di alluminio e potassio), il fango essiccato chiamato an-nahaìi, con il quale le donne arabe si massaggiavano i capelli durante il bagno per "allungarli", una specie di pasta denominata nùra, fatta con calce, zolfo e litargirio e usata dai Saraceni durante i bagni come pasta depilatoria, nonché il bitume ricavato da alcune caverne dell"Armenia che serviva per gli empiastri.

La scuola medica araba fu sicuramente una sintesi tra i principi tradizionali sanciti dal Corano e le acquisizioni della cultura Greco-Bizantina. Grazie ai numerosi testi conservati nelle immense biblioteche che avevano a disposizione (quella di Bagdad e di Alessandria), essi furono in grado di tradurre le opere greche e di assimilarne la scienza. Un popolo di guerrieri come gli Arabi, dal ragionamento semplice ma logico, appresero infatti con molta rapidità i principi della medicina ippocratica rinvigorendoli con l"osservazione e l"esperienza. Anche il loro apporto alla terapiamedioevale fu dunque di rilevanza fondamentale sia sul piano culturale che su quello pratico.

LA SCUOLA SALERNITANA E IL MONACHESIMO MEDIOEVALE

Una leggenda ci dice che nel IX secolo si incontrarono casualmente a Salerno quattro personaggi, un Cristiano, un Greco, un Ebreo e un Arabo i quali misero insieme il loro sapere e fondarono una scuola di medicina. Questo per dire che Salerno fu forse l"unica città in Italia che riuscì a tener viva nel Medioevo la cultura greco-latina senza respingere tuttavia le acquisizioni più recenti dovute all"influsso dell"erudizione araba. La ridente posizione di questa città, le sue relazioni con la vicina Sicilia, i rapporti intensi - non solo commerciali dovuti all"espansione marinara della Repubblica di Amalfi - con l"Oriente anche più lontano, le offrirono la possibilità di assimilare varie correnti di pensiero e di divenire un vero e proprio centro di organizzazione della cultura che, particolarmente nel campo sanitario, si manifestò con la creazione della celebre Scuola Medica Salernitana.

Si ignora quando nacque esattamente la Scuola Salernitana ma è certo che essa fu la più antica istituzione dell"Europa occidentale per l"insegnamento della medicina e delle arti ad essa affini e , cosa assai importante per il futuro della scienza europea, fu il primo esempio di sincretismo tra il pensiero scientifico occidentale di origini greco-latine e quello orientale.

La dottrina medica di Salerno, inizialmente di impostazione greco-latina, fu infatti ben presto integrata con le conoscenze arabe introdotte fin dall"XI secolo Da Costantino L"Africano il quale, avendo passato buona parte della sua vita in Oriente e avendo certo avuto familiarità con le opere di Mesuè, di Serapione e del contemporaneo Avicenna, ne introdusse in occidente le sue traduzioni latine.

Proprio nel periodo di maggior splendore della Scuola, che oramai era famosa in tutta Europa, e che vedeva accorrere non solo studiosi ma anche illustri regnanti - come ad esempio il Re d"Inghilterra Edoardo III - allo scopo di curare le proprie infermità, nasceva il cosiddetto Regimen Sanitatis Salernitanum. Si tratta di un non ben precisato poema popolare in versi leonini contenente prescrizioni igieniche e consigli per la prevenzione delle malattie.

Il Regimen Sanitatis Salernitanum, che ebbe poi all"epoca della stampa notevole fortuna, è un insieme di aforismi e di precetti di carattere prevalentemente igienico, dettati probabilmente da vari medici che si sono susseguiti nella Scuola.

"Lava le mani e gli occhi sul mattino sorto dal letto - dice il Regimen già al II capitolo - all"acqua fresca e pura, indi le membra...;Muovi e distendi, e l"incomposto crine col pettine rassetta, e purga i denti. Il cerebro da ciò sarà confortato".

Nulla vi è di più semplicedi questo manuale che, più che indicazioni di terapie, detta dei precetti di igiene di concezione antichissimache ci danno un"idea dell"importanza che si dava anche allora al mantenimento dell"integrità fisica e del decoro del proprio corpo.

"dopo la mensa lavati le mani e ne conseguirai due benefici; le monderai, e in tergerti con quelle gli occhi la vista rischiarerai" dice ancora il Regimen Sanitatis al cap.XXIII e poi passa a descrivere con molta sobrietà e brevità le funzioni igienico-cosmetiche dei vari rimedi.

Del siero di latte dice ad esempio che "monda, penetra e lava, e incide" (XXXVI), delle cipolle dice invece che "spesso i siti di capei nudi e sguerniti stropicciando, ha l"opra loro reso al capo suo decoro" (LXII), dell"issopo che "dona un esimio bel colore al volto" (LXVIII), del nasturzio che "Il cascante crin s"arresta se la testa ungi coi suoi sughi e purga col mele unguendo le cutanee squame" (LXXII), mentre del salice dice che il suo "sugo cotto in aceto le verruche scioglie" (LXXIV).

Se il Regimen Sanitatis, per l"evidente semplicità della sua impostazione, non si avventurò nel mondo delle complesse preparazioni terapeutiche, la Scuola Salernitana dette un impulso ad un certo tipo di terapia, quella essenziale, tendente più che altro all"igiene personale. Una tipo di terapia che fu poi tenuta viva per buona parte del Medioevo dalle scuole monastiche.

Nei conventi di Salerno, di Montecassino e in quelli dell"Italia meridionale i monaci, che da sempre esercitavano la medicina pratica, fungevano da custodi di un sapere passato, raccolto da antiche pergamene miracolosamente sfuggite alle distruzioni e conservate come delle reliquie, che essi trascrivevano con infinita pazienza lasciando alla storia una infinita quantità di codici compilati dai loro amanuensi.

Sebbene il monachesimo, specie quello benedettino, avesse come scopo primario la perenne glorificazione di Dio mediante la preghiera, il lavoro e l"astinenza, riuscì altresì - cosa non dichiarata nella Regola - a promuovere gli studi medici immedesimandosi nella medicina sia sotto l"aspetto teorico, creando cioè una situazione di continuità con la cultura classica, sia sotto quello pratico assicurandosi le condizioni per avere i farmaci naturali mediante la creazione degli "orti dei semplici". Nei soleggiati e odorosi orti dei conventi si coltivavano dunque quelle erbe necessarie per comporre unguenti, decotti ed empiastri necessari per esercitare la loro arte, un"arte che, nonostante fosse pervasa da uno spirito di estrema semplicità e a volte di ingenuità,assunse giustamente l"importanza di una scuola che coinvolse tutto il resto dell"Europa.

Pionieri di queste pratiche furono i monaci itineranti irlandesi e anglosassoni, specialmente dopo che le devastazioni barbariche si erano abbattute sull"Occidente, non risparmiando neanche Monte­cassino. I seguaci di San Colombano, attivi anche in Italia, fonda­rono un convento a San Gallo , giunto all"apogeo sotto Carlo Ma­gno. Una pianta di questo monastero, disegnata intorno alla metà del IX secolo, ci mostra infatti il modello classico benedettino relativa­mente alla collocazione delle infermerie , alla Domus Medicorum , all"Armarium e al giardino dei semplici.

Quest"ultimo si compone di 16 strisce di terreno per altrettante semine di piantemedicinali, alcune delle quali si usano ancor oggi e non è difficile trovarle coltivate attorno ai villaggi vicini ad antichi conventi. Si tratta dei gigli, delle rose, della salvia, della ruta, dei gladioli e del finocchio. Le altre specie coltivate per uso farmaceu­tico erano il "fasiolo" (dolichomelanophthalmus), la "sata regi" (Satureia Hortensis L.), il costo, il fieno greco, il rosmarino, la menta acquatica, il cumino e il levistico.

Tutte piante il cui impiego terapeutico è da sempre legato alla tra­dizione monastica; basti pensare al levistico (Levisticum officinalis L.) che ancora oggi viene adoperato come sedativo e spasmolitico grazie alla sua proprietà di "levare" ogni tipo di dolore conosciuta fin dai tempi dei Benedettini o alla salvia salvatrix miracolosaper "confortare i nervi, garantire dai veleni , guarire dalle paralisi e as­sicurare all"uomo lunga e serena vecchiaia" (cur moriatur homo cui salvia crescit in horto?) come sostenevano i medici Salernitani.

I gigli invece venivano coltivati sia per utilizzarne il rizoma che imbevuto di sostanze vescicatorie aveva lo scopo di curare le ferite e e di mantenerle aperte in modo che si "purgassero", sia per ricavare da esso il pregiato olio essenziale dal caratteristico profumo di vio­letta che serviva da correttivo per numerose preparazioni farmaceu­tiche, mentre il finocchio, non potendo mancare in ogni convento visto che era stato incluso nei famosi Capitolari di Carlo Magno, forniva una gran quantità di pozioni carminative e antispasmodiche contro i disturbi digestivi. La ruta invece veniva coltivata secondo la convinzione - molto diffusa in Medioevo -che servisse ad allonta­nare i demoni grazie alla particolare forma a croce del suo fiore, ma parallelamente alla sua fama da incantesimo era anche allora uffi­cialmente apprezzata per il suo impiego terapeutico contro i dolori mestruali e per regolare i "lochi" dopo il parto.

Con l"apporto poi dell"esperienza medica araba per forza di cose penetrata anche negli ambienti monastici dell"Italia meridionale, l"arte farmaceutica dei monaci pro­gredì notevolmente arricchen­dosi del prezioso strumento della distillazione di cui i mo­naci fecero grandissimo uso in­troducendo l"impiego terapeuti­co delle acque di­stillate e delle essenze che tanta parte ebbero nella storia dei medi­camenti provenienti dai monasteri e aprendo così la strada alle mo­derne tecniche farmaceutiche di estrazione di principi attivi dalle piante. Le loro spezierie si dota­rono così di un tale armamentario di strumenti di lavoro da costitui­re oggisplendide testimonianze dello sviluppo costante dell"arte farmaceutica nei monasterimedioevali.

Anche le monache esercitavano la medicina e la farmacia, e tra queste è da rammentare l"opera di Ildegarda di Bingen. Ildegarda nacque a Bersheim, nel Palatinato renano, nel 1098 e dall"età di otto anni visse nel chiostro dei benedettini di Disobadenberg, sui monti del Palatinato, dove fu nominata abbadessa nel 1136. Dopodiché fu trasferita a Bingen, presso Magonza, dove morì nel 1179.

Ildegarda dedicò la sua vita prevalentemente allo studio e alla pratica della medicina, una medicina ispirata da concetti fondamentalmente galenico-ippocratici, basati sui gradi degli umori e delle qualità degli elementi, e applicata con rimedi estremamente semplici fatti con le erbe. Il tutto fu raccolto in un"opera intitolata Liber simplicia medicinae dove l"autrice espone le sue conoscenze che, lei dice, aver ricevuto direttamente dalla Vergine Maria17.

Le pratiche igienico-terapeutiche che ella propone nelle sue opere si basa essenzialmente sui gradi e sulle qualità dei medicamenti adoperati e muovono da principi strettamente legati alla medicina popolare. E" al popolo infatti che è indirizzata la sua opera, di contenuti non dotti dunque, ma non per questo priva di originalità e densa di argomenti naturalistici. In ogni caso i rimedi adoperati da Ildegarda sono alquanto rudimentali, preparati con l"intera pianta o parti di essa, senza alcuna indicazione precisa concernente le quantità e le dosi.

Contro le "impurità della pelle", per esempio, che a dir suo sono causate dall"eccesso di "linfe nocive e umide", propone una pianta come la salvia. Solo un"erba di natura "calda e secca" come la salvia, pianta che vive del calore del sole più che dell"umidità della terra, sono in grado - ella dice - di contrastare l"umidità di queste linfe. Le stesse "linfe cattive" potevano anche essere mitigate da un bagno caldo dove si era "cotta" nell"acqua una pianta di timo con tutte le sue radici. "Il calore e la secchezza di quest"erba insieme con laterra secca e riscaldata delle sue radici" avrebbero contrastato l"umidità di queste linfe.

Per gli "ochi stanchi ed infiammati" Ildegarda userà invece i fiori di violetta, un medicamento dalle caratteristiche un po" calde e un po" fredde: "basterà - dice - prendere del buon olio, portarlo all"ebollizione, e quando bollirà gettarvi dentro delle violette in modo da renderlo denso. Ponendo il tutto in un recipiente di vetro lo si conserverà così. Si unga con questo olio intorno alle palpebre e agli occhi". Per rendere gli "occhi limpidi e lucenti" viene invece proposto un singolare collirio fatto con la linfa che fuoriesce dal viticcio della vite appena tagliato.

Altro rimedio singolare viene proposto contro le vene varicose; consisteva nel farsi un bastone di legno di castagno e di tenerlo in mano per lungo tempo. "Il castagno è molto caldo - dice Ildegarda - e il suo calore si estenderà alle vene rafforzandole notevolmente".

Per la "forfora tignosa" della testa si userà invece - continua l"autrice - un"erba fredda e umida come la calendula, un"erba che "ha in se una grande forza verde": "si prendano le foglie e i fiori della calendula e se ne sprema il succo, poi si prepari con questo succo una pasta fatta con pane grattato e farina di segale. La si spalmi sulla testa, le crosticine cadranno e la testa diventerà bella".

I CODICI MEDIEVALI

Tutto quello che fu realizzato dai monaci nel campo della terapia fu però possibile grazie ad un monumentale progetto da loro stessi attuato: la creazione degli "scriptoria" con gli ama­nuensi addetti alla trascrizione e quindi alla conservazione non solo dei testi di cultura classica ma anche degli antichi erbari. Questo paziente lavoro degli amanuensi fu un tenue filo che stabilì un rap­porto di continuità tra quella produzione medica ellenistico-romana di carattere pratico che altrimenti sarebbe andata persa nel disastroso naufragio dell"Impero il quale, si sa, era costellato di innumerevoli biblioteche.

E" probabile che la conoscenza delle erbe e quindi dei medicamenti venisse per lo più trasmessa oralmente e acquisita con la pratica, ma tale conoscenza fu poi fortemente agevolata dalla grande attività di copiatura e di conservazione di codici antichi tra i quali non manca­vano opere di monumentale importanza quali quelle di Galeno, Pli­nio e Dioscoride. Sembra inoltre che le prime copie del celeberrimo De Materia Medica di Dioscoride, ad esempio, fossero completa­mente prive di illustrazioni, con evidente difficoltà per gli utilizza­tori, tuttavia il primo esemplare a noi noto fu copiato nel VI secolo presso il convento Prodromo di Costantinopoli e costituisce uno splendido esemplare illustrato; si tratta del Codex Vindobonensis che rappresenta ovviamente il punto di partenza della scuola medico-pratica dei monaci.

Non a caso poi, il secondo per importanza tra i molti ma­noscritti illustrati di Dioscoride, fu il cosiddetto Codex Neapolitanus trascrit­to nel VII secolo e per lungo tempo di proprietà di un mona­stero di Napoli.

L"Italia meridionale, si sa, fu durante tutto il Medioevo un impor­tante centro di diffusione della cultura botanica e proprio lì, preci­samente in due monasteri calabresi fondati da Casiodoro, si diceva fosse conservata e trascritta una traduzione latina di Dioscoride con figure attribuite nientemeno che al celebre Crateva, medico di Mitri­date.

Cassiodoro fu indubbiamente uno dei primi fautori del risve­glio dell"arte medica; egli fu ministro di ben quattro re goti e contri­buì enormemente al tentativo di riavvicinamento e di fusione tra l"ele­mento barbarico e quello romano, ma rinunciando a questo suo so­gno di costituire una nuova società cristiana, si ritirò in Calabria nel 540 abbandonando tutte le sue cariche e fondando un monastero, nella sua villa "Vivariense" presso Squillace,do­ve i monaci erano dediti soprattutto agli studi e a promuovere la cul­tura e dove, tra le altre cose, si ospitavano e si curavano i malati e i pellegrini in viag­gio per la Terra Santa. Le sue Institutiones, in due libri offrono ai monaci i criteri d"interpretazione delle scritture, esortano a leggere le traduzioni latine delle opere di Dioscoride, Ip­pocrate e Galeno da lui raccolte nella biblioteca del convento e con­tengono consigli sull"uso dei semplici : "...apprenderete e distinguerete le piante e a mescolare ogni specie di droghe... se la lingua greca vi è poco fami­liare , studiate anzitutto il libro di Dioscoride, dove le piante medi­cinali sono descritte con meravigliosa esattezza".

" I libri di Ippocrate e Galeno tradotti in latino, quelli di Celio Au­reliano ed altri che, grazie a Dio, vi lascio nella mia biblioteca", poteva anche tranquillamente asserire avendo egli a disposizione numerosi esemplari di libri greci e un discreto numero di copisti e traduttori.

Importantissimo fu anche il contributo di Costantino L"Africano, giunto nel 1077 a Salerno per rimanervi per qualche tempo e poi tra­sferirsi fino alla fine dei suoi giorni a Montecassino. Egli fu un in­stancabile traduttore di opere greche e soprattutto arabe riuscendo così a trasmettere all"Occidente un ingente "corpus" di opere medi­che in possesso del mondo arabo; opere che costituirono il fonda­mento dell"insegnamento dell"arte medica e farmaceutica.

Altri manoscritti latini di Dioscoride, oltre a quelli citati, fungeva­no da testi di medicina pratica per i monaci, ma erano per lo più "mescolati" con il testo di un erbario latino attribuito ad Apuleio Platonico, ovvero lo pseudo Apuleio così definito per distinguerlo forse dall"omonimo autore dell"asino d"oro.

Il più antico manoscritto esistente di questo tipo risale alla fine del VI seco­lo ed è conservato al mu­seo di Leida, ma un"im­portante copia fu trascritta nel IX se­colo proprio a Montecassino. Si tratta del cosiddetto Codex Casien­sis che esercitò un grande in­flusso sugli er­bari anglo-sassoni. e servì per altro da modello alla prima edizio­ne a stampa effettuata a Roma nel 1481

Seguirono poi opere di uso pratico, frutto dello stretto contatto con la cultura medica araba, note con il nome di "Circa Instans" e risa­lenti al celebre Liber de Simplici Medicina compilato a Salerno nel XII secolo da Matteo Plateario. Questo manoscritto fu copiato, ri­copiato, ampliato e ampiamente utilizzato nel corso dei secoli quale manuale per la cura delle malattie con i semplici e per le pratiche igienico-corporali da seguire.

I Circa Instans rappresentavano un nuovo modo di accostarsi alle piante medicinali che più ampiamente fu poi ripreso dai cosiddetti Taquina Sanitatis, manoscritti comparsi verso la fine del XIV seco­lo, i quali, sebbene possano essere definiti degli erbari, molto spazio davano all"arte di condurre una vita sana.

I pericoli che minacciava­no un"umanità devastata da malattie, fame e povertà imponevano a questi "ricettari" una stesura di preparati semplici e la divulgazione di norme, se pur sobrie, di carattere igie­nico salutare secondo i det­tami della Scuola Salernitana: il celeber­rimo Regimen Sanitatis era già cresciuto nei secoli e circolava per tutta l"Europa del Medioevo con almeno una trentina di redazioni manoscritte.

Un"altra opera famosa e molto divulgata nel Medioevo fu il Liber Pandectarum Medicinae, noto come le Pandectae, fu scritta ai primi del XIV secolo dal medico salernitano Matteo Silvatico e tratta delle osservazioni sul giardino dei semplici da lui stesso istituito in quella città. E" un"opera in cui compare in modo evidente il concetto far­macologico della "signatura" che tanto eccitò la fantasia grafica e pittorica degli amanuensi compilatori degli erbari.

Tra il IX e il X secolo erano poi già stati diffusi alcuni ricettari come quelli di Mesuè Il Vecchio, Geber, Rhazes, Serapione il Ve­chio, Avicenna e Mesuè il Giovane, mentre vedono la luce i primi ricettari veri e propri di uso farmaceutico pratico e cioè gli Antido­tarii, gli Elettuari e i Dispensatori. Celebre fu l" Antidotarium di Nicolò Preposito, del XII secolo, perché trattasi di una raccolta di ricette che furono il risultato di una conosciutissima pratica ospeda­liera conseguita appunto a Salerno. Va poi ricordato l"Antidota­rium di Nicolò Alessandrino che raccoglieva ben 2656 preparazioni farmaceutiche e che costituì il Codex Pharmaceuticus di molte scuole di medicina, tra cui quella di Parigi.

LA REVISIONE DEGLI UMANISTI E LA PRIMA FARMACOPEA

Si trattava tuttavia di opere che riproponevano il De Materia Medica di Dioscoride "filtrato" evidentemente da una infinita serie di trascrizioni, traduzioni e interpretazioni.

Fino agli inizi del "500 l"opera di Dioscoride e i testi ad essa ispirati erano l"unico punto di riferimento per lo studio e il riconoscimento delle droghe ; con i suoi più di 600 semplici la "MateriaMedica" di Dioscoride dettava legge sulla conoscenza delle piante medicinali e costituiva quasi una Bibbia per i medici.

L"opera, come si sa, fu tramandata da un gran numero di codici e poi stampata nel XVI secolo in numerose edizioni provviste tra l"altro di un nutrito numero di corollari, commenti e annotazioni che erano il frutto del grande lavoro di confronto e revisione effettuato dagli umanisti.

L"enorme quantità di semplici divulgati dai numerosi "ricettari" circolanti aveva reso alquanto incerta e caotica la prescrizione dei medicamentimentre la loro preparazione veniva lasciata a totale discrezione dello speziale.

Questo creò la necessità didisciplinare la materia medica secondo regole ufficiali e di codificare l"uso delle le droghe sotto un controllo rigido delle autorità in modo che medici e speziali potessero esercitare le loro professioni con sicurezza e soprattutto con meno confusione.

Il primo tentativo di uniformare la prescrizione e la preparazione dei medicamenti iniziò proprio agli albori del "500 con la pubblicazione del famoso RICETTARIO FIORENTINO().

A farne le spese fu sicuramente quel lungo elenco di semplici proposti da Dioscoride; ma questa sorta di "pulizia" effettuata dal Ricettario non fu, come di primo acchito si potrebbe pensare, un impoverimento del patrimonio medico-pratico tradizionale e neppure un biasimo all"indiscusso interesse botanico delle piante medicinali trattate da Dioscoride: queste piante medicinali erano di fatto riducibili, per affinità botanica e soprattutto per affinità terapeutiche, ad un numero relativamente ristretto, un numero di droghe che obiettivamente si adattava alle esigenze e soprattutto alle possibilità degli speziali di allora.

Se consideriamo ad esempio che per ogni specie botanica di interesse farmaceutico esistono un certo numero di altre specie consimili o di sottospecie di identico interesse farmaceutico, risulta quindi ovvio ridurre queste ad un unico esemplare, sia esso il più importante o il più usato oppure il più reperibile sul mercato. Ci accorgiamo allora che i conti in qualche modo tornano.

Nel suo severo lavoro di revisione e di riordino della materia medica inoltre, questa prima farmacopea italiana non ha però mancato di riproporre quei semplici già promossi a farmaci da una consolidata tradizione galenico-araba, e per nulla - sembra - presi in considerazione da Dioscoride; erano quei semplici destinati a portare un aiuto consistente alla terapia, semplici che tutt"oggi sono molto apprezzati come farmaci: vale a dire la canfora, la senna, la cannella, i chiodi di garofano, il sandalo, il tamarindo, l"anacardio, la curcuma, la galanga, l"angelica e il luppolo.

Questo codice, se da un lato aveva l"alto e difficile compito di stabilire quelli che erano i medicamenti utili alla salute pubblica, senza però trascurare l"importanza della tradizione galenico-araba, doveva per contro arginare i crescenti episodi di ciarlataneria e mortificare una certa libertà di "inventare medicamenti" da parte di chiunque ; doveva infine sancire delle regole precise e autorevoli che assicurassero un futuro allo speziale, un futuro che gli permettesse di riscattare la sua posizione professionale e di distinguersi una volta per tutte dai droghieri.

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HERBARIUM APULEI PLATONICI, Roma 1481.

Liber deSimplici Medicina, Tractatus de Herbis, Salerno, XIV sec., Londra, British Library, Ms. Egerton 747, cm 34,9x24,7; ff. 147, ill.

) Nuovo Receptario composto dal famosissimo Chollegio degli eximii Doctori della Arte et Medicina della inclita Cipta di Firenze..., Firenze, 1498, folio.

 

 
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